Prosegue il mio scandagliare casa alla ricerca di possibili parti di lampade.
Il mantra per comporre una lampada di solito è sempre il medesimo: una base, uno stelo, un paralume.
Una base, uno stelo, un paralume.
Ci sono eccezioni, ovviamente, ho lampade fatte di una sola base con la lampadina a vista, ma in questi tempi mi piace l'idea di mantenere un certo rigore nella forma, dato che i materiali sono i più disparati e meno ortodossi. Un lavoro più concettuale che altro, anche se la funzione non va perduta, sono lampade, non sculture.
Così mi guardo intorno, cassetti, armadi, sgabuzzini, cantina, con il mio mantra in testa.
Una base, uno stelo, un paralume.
Una matassa di fil di ferro che anni fa avevo curvato ad arco e avvolto in un modo che mi sembrava in qualche modo artistico, senza avere la minima idea di come avrei potuto usarla; rinforzata da pezzi di uno di quei cerchietti di ferro che tengono i coprimozzi delle auto, e da altro fil di ferro.
Uno stelo.
Un barattolo di stucco che è rimasto mal chiuso; dentro c'è questa specie di meringa solidificata, così bianca. È leggero e non ha appigli, ma una colata di resina può dare il giusto peso e permettermi di ancorare lo stelo.
Una base.
Parti di lampade che ho qui in una scatola, questo è facile, basta scegliere. Scelgo la semplicità, il bianco, è il giusto complemento. Pare che tutto sia qui per una ragione, in fondo.
Un paralume.
Si parla tanto di libertà in questi di tempi di eremitaggio forzato. Eccola. La mia libertà è negli occhi che non smettono di cercare e vedere negli scarti forme nuove in divenire, è nelle mani che li seguono. La mia libertà può essere in un mantra.
Una base, uno stelo, un paralume.