
Così stavo cazzeg...stavo consultando la Rete per cercare ispirazione, e ho trovato la foto di una specie di bozzolo, creato con segmenti di ferro; sarebbe poi diventato il guscio di una ferrosa lumaca, ma l'ho scoperto poi.
Mi ha affascinato quella forma, affascinato e perseguitato per qualche giorno finché ho dovuto cedere e riprodurla; a modo mio ovviamente, perché copiare è spesso la base della creazione, ma bisogna copiare in modo, appunto, creativo.
Quando ho avuto tra le mani il mio bozzolo mi son detto: "E ora?" - non avevo la minima idea di dove o come montarlo, è pesante e strano.
Così per non sbagliare ne ho fatto un altro, più grande (logico, no?), ed è quello che ho pubblicato due settimane fa.
E mentre cercavo di capire come arrangiare una base per quell'altro è venuta fuori questa struttura un po' liberty che mi ipnotizzava, e così, ancora una volta quasi per caso, ha preso vita questo bozzolo Art Nouveau.

Non lavoro mai in serie.
È un punto d'onore per me che ogni lampada che esce dalle mie mani sia frutto di una ricerca, un'ispirazione, un errore. Ognuna rappresenta un'idea, un momento della mia vita, gli stimoli esterni che avevo in quel periodo, o quello che trovavo nel bidone degli scarti - quello famoso. Mi piace poter dire a chi sceglie di avere una mia lampada in casa che nessuno ne avrà mai una uguale.
Però con il tempo ho imparato ad essere meno rigido, ho pensato che in fondo non c'è nulla di male nel ripetere, magari con qualche variazione, forme a cui sono affezionato; riproporre i modelli che non hanno quel carattere di non riproducibilità e che proprio per questa natura si prestano a diventare una piccola serie.
Così ho preso uno dei miei amati estintori, ma questa volta l'ho tagliato storto, e assemblato e saldato ancora più storto; e mentre pensavo al colore da dargli e lo lucidavo per prepararlo mi ha detto che stava bene così, luccicante ma non troppo, splendente ma imperfetto. E così rimarrà.

Quest'ultimo spiraglio di estate è particolarmente prolifico.
Ci sono forme a cui sono affezionato che si consolidano, si evolvono, prendono strade nuove e danno vita alla mia prima piccola serie - ma ne parlerò prossimamente - e nuove ispirazioni, come al solito nate per caso, guardandomi attorno, che pian piano si definiscono, si alzano esitanti sulle loro gambe e vanno, incerte, storte, imperfette; ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutte si costruiranno da sole, come le canzoni, diceva qualcuno.
Lei per esempio è già cambiata da quando ho scattato queste foto, e chissà quale vestito sceglierà di indossare, alla fine. Io sono curioso.

Va così di moda il minimalismo, perché non darne una mia interpretazione sotto forma di lampada?
La verità è che mi stavo scervellando sulla forma e sul materiale per la base di un'altra lampada, e mentre rovistavo tra ferraglie varie, ritagli minuscoli, sezioni di tubi di biciclette, un freno a mano, parti di estintori, motorini di ventilatori, mi è capitato tra le mani questa sagoma di lamiera sottile che chiedeva di essere usata. Potevo forse resistere al richiamo?
Così con l'aiuto del solito legno di traversina ferroviaria e di un vecchio faretto (la genesi è stata un po' più complicata di così, ma è bello far credere che nasca tutto come per incanto) è nata lei, semplice e leggera. Con l'anellino che non ha una funzione ma è lì perchè, perché sì.
Meno minimalista, più vezzosa.

Questa è stata una delle creazioni più immediate che siano mai uscite dal mio laboratorio, eppure da sola può arredare una stanza.
E illumina, letteralmente, tutte le mie cene.

Scarti, scarti, scarti.
Raramente parto da un progetto, quanto si tratta di lampade. Di solito le possibilità sono due: o nel mezzo di una qualsivoglia di attività mi sorprendo a pensare "Potrei costruire una lampada così!", e cerco allora di ricreare quello che ho visto nella mia testa, oppure mi guardo intorno, sistemo due pezzi di tondino insieme, accosto un ritaglio di lamiera, provo a unire quel paralume trovato nel cassone degli sconti al Brico, e pian piano vedo nascere quello che potrebbe essere, finché non trovo una forma che mi soddisfa.
In questo caso, la contemplazione del bidone degli scarti ha dato i suoi frutti.


Non è sempre tutto semplice e divertente.
Capitano giornate in cui gli eventi ti fanno rivalutare scelte e strategie, ti colpiscono e ti lasciano a terra, deluso e disilluso.
Che fare, allora? Rimanere pensoso e afflitto a contemplare il bidone degli scarti (sì, è una bombola del gas tagliata) o inveire contro il mondo come i "quattro pensionati mezzo avvelenati" di De Andrè?
Forse è meglio rimboccarsi le maniche, schiarirsi le idee e continuare a fare quello che so fare: costruire cose.
E come diceva il povero babbo di Igor...
https://www.youtube.com/watch?v=Ss-F7WxBFqg

In ritardo di un giorno, ma tant'è.
Mi hanno sempre affascinato le celebrazioni del giorno dei morti in messico, il dia de los muertos; un tripudio di scheletri festosi e colorati, per celebrare chi se n'è andato, più che piangerlo; che poi si piange comunque, ma almeno ci si prova.
E allora per festeggiare una giornata che avrei voluto fosse diversa il modo migliore che conosco è prendere in mano saldatrice, flessibile e trapano e chiudermi in laboratorio; e così salta fuori una lampada che sembra uscita da un film sui pirati, che vedrei bene accanto a una bottiglia di rum e mi fa venir voglia di indossare un cappello a tricorno e salpare.
E auguri.
Da dove arriva l'ispirazione? Copiando, ovviamente.
Sono un fan di Abby the Spoon Lady, e consiglio a chiunque di ascoltare i ritmi che può creare usando solo due cucchiai.
Qui, per esempio:
https://www.youtube.com/watch?v=_nLmM9kcBKs
Visto che nella vita devo provare tutto, cerco di capire come si suonano i cucchiai, e seguo i video in cui Abby, appunto, insegna.
Capito su questo:
https://www.youtube.com/watch?v=9SsdL7YU3uw&t=60s
e per tutta la durata del video non riesco a distogliere lo sguardo dal cucchiaio a forma di teschio.
Click. Devo creare qualcosa del genere. Devo.
E per coincidenza ho già degli scarti di lamiera che ho saldato insieme e curvato per poi usarli in qualche modo.
Direi che ho trovato il modo.
È venerdì pomeriggio, c'è una specie di sole che scalda tutto. Torno a casa, ho cinquanta chili di ferro appena comprato nel bagagliaio e un progetto nuovo che mi gira in testa.
Guido piano, mi rilasso.
Vedo la prossima idea prendere forma davanti ai miei occhi, chiara, definita; presto potrò toccarla.
E penso che sì, è tutto qui.

Ogni volta che per la prima volta accendo una lampada nuova, schiaccio quell'interruttore e ho la stessa sensazione di magia.
Ma non è magia, è uscita dalle mie mani.
O forse erano solo parti che aspettavano di essere messe insieme, di trovare il loro nuovo posto.

La chiamerò Marconi.
Io non volevo comprare quel piccolo ventilatore, nel negozietto dell'usato.
Non mi serviva, non avevo un progetto a breve termine in cui avrei potuto usarlo, e io non sono un accumulatore, no, mica. Tengo solo quello che mi serve. Quindi l'ho lasciato dov'era.
Però l'ho messo in fondo allo scaffale, un po' nascosto in modo che altri non lo vedessero. Perché non si sa mai.
E sono tornato una settimana dopo e c'era ancora, e poco più in là quell'interruttore così ciccione, con i due pulsanti che davano così soddisfazione a schiacciarli.
Take my money.
L'interruttore da solo fa già la lampada, basta fissarlo su una base di legno e io ho quella traversina di cui ho già tagliato un pezzo, sì, proprio la traversina delle rotaie; basta sagomarla un po', qualche grado di inclinazione, ecco, il portalampadina potrà andare qua dietro, perfetto, ma manca ancora qualcosa.
Quale può essere l'ultimo tocco? Quale? Cos...ed è davanti ai miei occhi: il ventilatore, ovvio. Il ventilatore con la sua bellissima griglia.
Avevo detto dall'inizio io, che mi sarebbe servito.

Anni fa ho comprato tre vecchi ferri da stiro, solo perché mi piaceva la loro forma.
Hanno attraversato un trasloco, sono rimasti in uno scatolone credo dal 2013, finché non è arrivata Malpeza e ho deciso di dar loro nuova vita.
Ora uno di loro ha una nuova casa sotto forma di lampada.
Un altro, o almeno una sua parte, la più sexy, con le sue linee bombate anni '60, è qui a far da paralume a questa lampada.
E io continuo a riguardarmela perché queste curve mi stregano e mi affascinano; perché è uscita dalle mie mani e da un'intuizione, un lampo che seguiva a un momento di errore e frustrazione e ha fatto nascere questa meraviglia.
Esagero? No, perché per me lo è davvero.
Malpeza significa "leggero", in esperanto; ed è un invito, una filosofia di vita più che una caratteristica.
Malpeza è legno e ferro, mobili, lampade ma non solo; creazione e attenzione, artigianato, cura.
Soprattutto, Malpeza sono le mie mani.
Ho iniziato questa cosa un paio d'anni fa, sul balcone di casa, provando a trasformare l'infisso di ferro di una vecchia e storica finestra in un tavolino.
