
È successo ancora.
Ogni tanto sono preso dalla sindrome dell’impostore, quando si tratta delle mie sculture; sono veramente frutto della mia ispirazione? Della mia fantasia? Del mio talento? Posso davvero assumerne il merito?
Cerco di spiegarmi, usando quest’ultima creazione, Luce, come esempio.

Durante la prima guerra mondiale e negli anni successivi, in Gran Bretagna, si svilupparono sistemi per captare il rumore degli aerei nemici e dar modo alla contraerea di essere preparata agli attacchi: gli specchi acustici.
Questi sistemi puramente basati sulla fisica e sull’acustica erano per la maggior parte costituiti da enormi parabole di cemento, che concentravano i suoni e i rumori in un unico punto al centro di esse dove era posizionato un microfono.
Da amante del brutalismo e delle cattedrali nel deserto sono stato sempre affascinato da queste strutture monolitiche abbandonate sulla costa inglese.
Poi qualche giorno fa ho comprato una pentola.

Detto così mi ricorda Il piccolo principe, "Disegnami una pecora", ma è così che è iniziato. A dire la verità di lì è iniziato molto altro, altro che mi ha portato ad avere una fede al dito, ma quella è una storia differente.

Ho già detto che ho un debole per le curve, no? Ecco, ho scoperto di avere un debole anche per le altezze: l'idea di costruire qualcosa che sia più alto di me, che mi possa sovrastare, aggiunge un certo fascino demiurgico alla creazione, quasi stessi dando vita a un golem.
...va bene, sto esagerando forse; andiamo avanti.


Forse è la mia lampada preferita finora; ed è una di quelle nate più facilmente, spontaneamente; e ai miei occhi è talmente semplice e perfetta che non ho molte parole per descriverla, preferisco lasciare che parli da sola.
Si chiama Lamed perché mi ricorda la lettera ebraica lamed, la nostra l.
Che per inciso è la prima lettera di lev, cuore.
Che deriva da una radice che sugnifica sia istruire che imparare, e ha originariamente il significato di pungolo, sprone; in senso figurato, lo stimolo del desiderio di apprendere, di conoscere.
E per me questo richiama il concetto zen di shoshin, la "mente del principiante": considerarsi sempre studenti, principianti appunto, tenere la mente aperta e non considerarsi mai esperti ma continuare ad assorbire nuove conoscenze come farebbe un bambino. Costantemente.
...poche parole, avevo detto?

Spesso, anzi nella maggior parte dei casi, non inizio una creazione con un'idea precisa in mente; lascio che siano i materiali a parlarmi, le mani a far emergere, con la loro danza maieutica, ciò che è già nascosto nella materia - più prosaicamente assemblo parti, taglio, saldo, incollo e cerco una forma che mi soddisfi.
A volte trovo appunto una forma, ma mi sembra di intaccarle la purezza dandole anche una funzione; ed è questo uno di quei casi. Avevo immaginato una lampada, con una lampadina montata nella parte superiore, ma no, non voglio riempire quel vuoto, altererebbe la sensazione di leggerezza che mi da quella forma, delineata solo da un sottile contorno di ferro. Quindi rimarrà così, una lampada senza lampada, un elogio alla forma prima della funzione.
Ah, lei si chiama Venezia, perché la forma mi ricorda quella del ferro di prua della gondola; e in fondo è anche un omaggio alle mie radici venete.

Ecco che di qua è nato tutto, e ancora non ne ho parlato.
La prima lampadina accesa, figurativamente e letteralmente.
La scintilla che ha dato vita alla mia produzione di lampade (e alla mia passione per gli estintori).
Io volevo fare mobili. Tavolini, credenze, librerie, struttura di ferro e panelli e ripiani di legno. Ho iniziato appunto costruendo un tavolino da salotto a partire da un infisso di ferro vecchio di cent’anni -ma questa è un’altra storia.
Fatto sta che un giorno ho costruito una credenza, un lavoro importante, un disegno particolare con i quattro angoli esterni arrotondati; e interrogandomi su come fabbricare questi quattro angoli mi è cascato l’occhio su un estintore vuoto che avevo lì in laboratorio. Di lì a tagliare la parte superiore e quella inferiore in modo da avere un tubo, tagliarlo longitudinalmente in quattro parti e avere in mano le lamiere curvate che mi servivano, è passato giusto il tempo di scrivere “longitudinalmente” su questa tastiera. Sì, non proprio, ma si capisce il concetto.

“Perché? Non so perché.
Perché…? Non so perché.
…sono fatti miei”
Nel 1995 Jägermeister ci regalava questo tormentone interpretato da Raz Degan, e oggi mi torna in mente guardando questa lampada e chiedendomi cosa scrivere al riguardo.
Perché? Perché quella base a cantilever, quell’effetto sospeso? Perché quello stelo panciuto? Perché quella specie di corolla di fiore per paralume?
E la risposta è proprio quella, non so perché. Capita che voglia solo giocare, sperimentare, lasciarmi portare e vedere cosa accade. E questo è quello che accade, senza tante storie da raccontare.
Anche questi sono fatti miei, dopotutto.










Avevo pronto un post ruffiano, per salutare il 2019 che per questa mia creatura che è Malpeza è stato in effetti stracolmo di soddisfazioni, e salutare il 2020 che si spera ne dia ancora di più.
Poi il 31 dicembre ero in laboratorio per iniziare a costruire una libreria, il 1 gennaio ero in laboratorio a continuare la libreria, e ho pensato che non c'era modo migliore per concludere un anno e iniziare uno nuovo che essere lì, a tagliare, saldare e smerigliare.
Così il primo post del nuovo decennio (uuuh!) sarà questa lampada, che è la più stupida e buffa che abbia mai creato e sembra uno dei cannoni che usa Wile Coyote per catturare Beep Beep.
Ed è bellissimo così.

Dopotutto non si inventa quasi mai nulla. Consciamente o inconsciamente tutto quello che creiamo è frutto di un'imitazione, di un'ispirazione più o meno palese o anche di più ispirazioni frullate insieme, rimescolate, amalgamate, plasmate, insaporite.
Siamo il prodotto dei nostri sensi; siamo una centrifuga che processa e trita ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, annusiamo (ne ho dimenticato uno - perché no? gustiamo!), e quello che ci distingue è la capacita di trasformare tutto questo magma di stimoli in qualcosa di nuovo, diverso, personale; qualcosa che magari ispirerà altri, in un circolo infinito.
A volte però si copia e basta. Copiare è la più pura forma di ammirazione, dicono. E quando ho visto questo omino forgiato a fuoco e martellate da un vero maestro del ferro, ho subito pensato che dovevo averlo; e averlo per me significa farlo.
Non ho una forgia e non ho mai forgiato il ferro, ma, come diceva qualcuno, quello che non so lo so saldare (sì, non era esattamente così, ma non importa). E così da qualche pezzo di scarto è nata la mia interpretazione dell'omino pensoso, che non è più pensoso ma pieno di meraviglia, stupore e curiosità. Per non dimenticarsi mai di guardarsi intorno. Per non dimenticarsi mai di guardare le stelle.

Per molti il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù, per altri è Yule, per altri ancora solo un giorno come tanti altri; c'è chi lo vive con spiritualità, chi lo considera solo un periodo di luci e regali più o meno dovuti, chi lavora nel commercio e aspetta che passi per potersi riposare.
Per me è ricordo di neve e slitte e calzamaglie e di agnolotti fatti in casa di quando ero bambino; e ora la neve non cade più e non ci sono agnolotti e calzamaglie ma la mia casa è addobbata tutto l'anno perché adesso invento luci e le spargo per le stanze e sembra sempre che sia un po' festa, una festa intima e calda.
Insomma, questo preambolo era per dire che ho queste lampade disponibili; e se volete fare un regalo a qualcuno che amate, o se volete farvi un regalo, che sia per Natale o solo per celebrare il fatto di essere al mondo, ecco, questa potrebbe essere una buona idea.
Scrivetemi!

A volte ho le visioni. No, non come i pastorelli di Fatima, nessuna entità mistica.
Ma mi estraneo dal mondo, inclino la testa come JD in Scrubs, e vedo distintamente qualcosa che devo realizzare, che sia una lampada, un mobile, un cavatappi...no, non ho mai creato cavatappi, ma ci potrei pensare.
Comunque, questo è uno di quei casi.
Avevo questa forma a UFO, questa specie di disco volante troppo grande per farci la solita lampada da tavolo, e da tempo avevo l'intenzione di crearne una da terra, qualcosa che potesse davvero arredare una stanza. E guardando quel guscio ancora vuoto, non ho neanche dovuto pensarci, l'ho visualizzata esattamente come poi sarebbe stata: la forma di una pianta, con tre steli di lunghezze diverse e le lampadine che sbocciavano alle estremità.
E guardandola bene, toccandola, accarezzandola (è importante toccare, lo ripeto sempre) la forma stessa mi ha suggerito quel particolare in più, quella caratteristica che la rende ancora più unica e perfetta: perchè avrebbe dovuto essere stabile? Bastava appesantire la base e avrei avuto una lampada ondeggiante, sempre in piedi come gli omini del Subbuteo.
Detto fatto.
..più o meno in verità. Bisogna ancorare gli steli alla base, fissare i portalampada agli steli, capire come far passare il cavo quando sarà tutto chiuso e saldato, collegare i cavi e incastrare tutti i collegamenti in quello spazietto, perché sono tanto poetiche le visioni, ma s'han da fare i conti con la realizzazione e con la funzionalità.
E alla fine eccola, fotografata pochi minuti prima di caricarla in auto per portarla nella sua nuova casa. Ché fa sempre un po' male vederle andar via, ma per questo sono fatte, no?

Si parla spesso di "uscire dalla propria comfort zone", di abbandonare ogni tanto abitudini radicate e sperimentare, e nonostante io non ami le frasi fatte ne' gli anglicismi, in questo caso devo trovarmi d'accordo.
A me piace il ferro, mi piace il suo aspetto, il suo colore, che sia grezzo o con quel caratteristico "nero" dato dagli ossidi di laminazione. Amo la sensazione del metallo nudo tra le mani, e se non fosse per evitare la ruggine lascerei tutto così com'è, non trattato.
E se proprio devo scegliere un colore, quel colore sarà il rosso. Rosso scuro, screziato di nero. È istintivo per me, quando ho deciso che avrei fatto un tatuaggio non ho avuto dubbi sul fatto che sarebbe stato rosso.
Però. Però questa forma su cui lavoro da mesi aveva il profumo degli anni '50 e di quelle auto piene di di curve e dai colori pastello, e avevo in mente un'immagine in particolare; anzi più che un'immagine un archetipo, ma quello doveva essere.
E così è stato: bianco e azzurro. Così tenue, così diverso dal solito, così perfetto.
Look up and what do you see?
All of you and all of me
Fluorescent and starry,
some of them, they surprise
https://www.youtube.com/watch?v=5cnIQHJ169s
È importante guardare in alto. Non puntare in alto, necessariamente. Stare con il naso all'insù, ricordarci che c'è un cielo sopra le nostre teste.
Alzare lo sguardo e sentire la mente liberarsi, aprirsi, respirare.
There is a vitality, a life force, an energy, a quickening that is translated through you into action, and because there is only one of you in all of time, this expression is unique. And if you block it, it will never exist through any other medium and it will be lost. The world will not have it. It is not your business to determine how good it is nor how valuable nor how it compares with other expressions. It is your business to keep it yours clearly and directly, to keep the channel open. You do not even have to believe in yourself or your work. You have to keep yourself open and aware to the urges that motivate you. Keep the channel open. ... No artist is pleased. [There is] no satisfaction whatever at any time. There is only a queer divine dissatisfaction, a blessed unrest that keeps us marching and makes us more alive than the others.
Martha Graham
C'è una vitalità, una forza vitale, un aumento del passo che attraverso di voi si traduce in azione, e dal momento che esiste un solo esemplare di voi stessi intutto il corso del tempo, questa espressione è unica. Se la bloccate, non esisterà più attraverso nessun altro mezzo e andrà perduta. Il mondo non potrà più averla. Non spetta a voi determinare quanto buona essa sia o quanto valore possa avere o come si confronta con altre espressioni. È vostro compito mantenerla vostra, chiaramente e direttamente, per tenere aperto quel canale. Non dovete nemmeno credere in voi stessi o nel vostro lavoro. Dovete mantenervi aperti e consapevoli degli stimoli che vi motivano. Tenete aperto il canale. ... Nessun artista è soddisfatto. [Non c'è] soddisfazione, in qualsiasi momento. C'è solo una strana insoddisfazione divina, un'irrequietezza benedetta che ci fa andare avanti e ci rende più vivi degli altri.
Martha Graham

Così stavo cazzeg...stavo consultando la Rete per cercare ispirazione, e ho trovato la foto di una specie di bozzolo, creato con segmenti di ferro; sarebbe poi diventato il guscio di una ferrosa lumaca, ma l'ho scoperto poi.
Mi ha affascinato quella forma, affascinato e perseguitato per qualche giorno finché ho dovuto cedere e riprodurla; a modo mio ovviamente, perché copiare è spesso la base della creazione, ma bisogna copiare in modo, appunto, creativo.
Quando ho avuto tra le mani il mio bozzolo mi son detto: "E ora?" - non avevo la minima idea di dove o come montarlo, è pesante e strano.
Così per non sbagliare ne ho fatto un altro, più grande (logico, no?), ed è quello che ho pubblicato due settimane fa.
E mentre cercavo di capire come arrangiare una base per quell'altro è venuta fuori questa struttura un po' liberty che mi ipnotizzava, e così, ancora una volta quasi per caso, ha preso vita questo bozzolo Art Nouveau.

Non lavoro mai in serie.
È un punto d'onore per me che ogni lampada che esce dalle mie mani sia frutto di una ricerca, un'ispirazione, un errore. Ognuna rappresenta un'idea, un momento della mia vita, gli stimoli esterni che avevo in quel periodo, o quello che trovavo nel bidone degli scarti - quello famoso. Mi piace poter dire a chi sceglie di avere una mia lampada in casa che nessuno ne avrà mai una uguale.
Però con il tempo ho imparato ad essere meno rigido, ho pensato che in fondo non c'è nulla di male nel ripetere, magari con qualche variazione, forme a cui sono affezionato; riproporre i modelli che non hanno quel carattere di non riproducibilità e che proprio per questa natura si prestano a diventare una piccola serie.
Così ho preso uno dei miei amati estintori, ma questa volta l'ho tagliato storto, e assemblato e saldato ancora più storto; e mentre pensavo al colore da dargli e lo lucidavo per prepararlo mi ha detto che stava bene così, luccicante ma non troppo, splendente ma imperfetto. E così rimarrà.

Quest'ultimo spiraglio di estate è particolarmente prolifico.
Ci sono forme a cui sono affezionato che si consolidano, si evolvono, prendono strade nuove e danno vita alla mia prima piccola serie - ma ne parlerò prossimamente - e nuove ispirazioni, come al solito nate per caso, guardandomi attorno, che pian piano si definiscono, si alzano esitanti sulle loro gambe e vanno, incerte, storte, imperfette; ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutte si costruiranno da sole, come le canzoni, diceva qualcuno.
Lei per esempio è già cambiata da quando ho scattato queste foto, e chissà quale vestito sceglierà di indossare, alla fine. Io sono curioso.

Va così di moda il minimalismo, perché non darne una mia interpretazione sotto forma di lampada?
La verità è che mi stavo scervellando sulla forma e sul materiale per la base di un'altra lampada, e mentre rovistavo tra ferraglie varie, ritagli minuscoli, sezioni di tubi di biciclette, un freno a mano, parti di estintori, motorini di ventilatori, mi è capitato tra le mani questa sagoma di lamiera sottile che chiedeva di essere usata. Potevo forse resistere al richiamo?
Così con l'aiuto del solito legno di traversina ferroviaria e di un vecchio faretto (la genesi è stata un po' più complicata di così, ma è bello far credere che nasca tutto come per incanto) è nata lei, semplice e leggera. Con l'anellino che non ha una funzione ma è lì perchè, perché sì.
Meno minimalista, più vezzosa.

Questa è stata una delle creazioni più immediate che siano mai uscite dal mio laboratorio, eppure da sola può arredare una stanza.
E illumina, letteralmente, tutte le mie cene.

Scarti, scarti, scarti.
Raramente parto da un progetto, quanto si tratta di lampade. Di solito le possibilità sono due: o nel mezzo di una qualsivoglia di attività mi sorprendo a pensare "Potrei costruire una lampada così!", e cerco allora di ricreare quello che ho visto nella mia testa, oppure mi guardo intorno, sistemo due pezzi di tondino insieme, accosto un ritaglio di lamiera, provo a unire quel paralume trovato nel cassone degli sconti al Brico, e pian piano vedo nascere quello che potrebbe essere, finché non trovo una forma che mi soddisfa.
In questo caso, la contemplazione del bidone degli scarti ha dato i suoi frutti.


Non è sempre tutto semplice e divertente.
Capitano giornate in cui gli eventi ti fanno rivalutare scelte e strategie, ti colpiscono e ti lasciano a terra, deluso e disilluso.
Che fare, allora? Rimanere pensoso e afflitto a contemplare il bidone degli scarti (sì, è una bombola del gas tagliata) o inveire contro il mondo come i "quattro pensionati mezzo avvelenati" di De Andrè?
Forse è meglio rimboccarsi le maniche, schiarirsi le idee e continuare a fare quello che so fare: costruire cose.
E come diceva il povero babbo di Igor...
https://www.youtube.com/watch?v=Ss-F7WxBFqg

In ritardo di un giorno, ma tant'è.
Mi hanno sempre affascinato le celebrazioni del giorno dei morti in messico, il dia de los muertos; un tripudio di scheletri festosi e colorati, per celebrare chi se n'è andato, più che piangerlo; che poi si piange comunque, ma almeno ci si prova.
E allora per festeggiare una giornata che avrei voluto fosse diversa il modo migliore che conosco è prendere in mano saldatrice, flessibile e trapano e chiudermi in laboratorio; e così salta fuori una lampada che sembra uscita da un film sui pirati, che vedrei bene accanto a una bottiglia di rum e mi fa venir voglia di indossare un cappello a tricorno e salpare.
E auguri.
Da dove arriva l'ispirazione? Copiando, ovviamente.
Sono un fan di Abby the Spoon Lady, e consiglio a chiunque di ascoltare i ritmi che può creare usando solo due cucchiai.
Qui, per esempio:
https://www.youtube.com/watch?v=_nLmM9kcBKs
Visto che nella vita devo provare tutto, cerco di capire come si suonano i cucchiai, e seguo i video in cui Abby, appunto, insegna.
Capito su questo:
https://www.youtube.com/watch?v=9SsdL7YU3uw&t=60s
e per tutta la durata del video non riesco a distogliere lo sguardo dal cucchiaio a forma di teschio.
Click. Devo creare qualcosa del genere. Devo.
E per coincidenza ho già degli scarti di lamiera che ho saldato insieme e curvato per poi usarli in qualche modo.
Direi che ho trovato il modo.
È venerdì pomeriggio, c'è una specie di sole che scalda tutto. Torno a casa, ho cinquanta chili di ferro appena comprato nel bagagliaio e un progetto nuovo che mi gira in testa.
Guido piano, mi rilasso.
Vedo la prossima idea prendere forma davanti ai miei occhi, chiara, definita; presto potrò toccarla.
E penso che sì, è tutto qui.

Ogni volta che per la prima volta accendo una lampada nuova, schiaccio quell'interruttore e ho la stessa sensazione di magia.
Ma non è magia, è uscita dalle mie mani.
O forse erano solo parti che aspettavano di essere messe insieme, di trovare il loro nuovo posto.

La chiamerò Marconi.
Io non volevo comprare quel piccolo ventilatore, nel negozietto dell'usato.
Non mi serviva, non avevo un progetto a breve termine in cui avrei potuto usarlo, e io non sono un accumulatore, no, mica. Tengo solo quello che mi serve. Quindi l'ho lasciato dov'era.
Però l'ho messo in fondo allo scaffale, un po' nascosto in modo che altri non lo vedessero. Perché non si sa mai.
E sono tornato una settimana dopo e c'era ancora, e poco più in là quell'interruttore così ciccione, con i due pulsanti che davano così soddisfazione a schiacciarli.
Take my money.
L'interruttore da solo fa già la lampada, basta fissarlo su una base di legno e io ho quella traversina di cui ho già tagliato un pezzo, sì, proprio la traversina delle rotaie; basta sagomarla un po', qualche grado di inclinazione, ecco, il portalampadina potrà andare qua dietro, perfetto, ma manca ancora qualcosa.
Quale può essere l'ultimo tocco? Quale? Cos...ed è davanti ai miei occhi: il ventilatore, ovvio. Il ventilatore con la sua bellissima griglia.
Avevo detto dall'inizio io, che mi sarebbe servito.

Anni fa ho comprato tre vecchi ferri da stiro, solo perché mi piaceva la loro forma.
Hanno attraversato un trasloco, sono rimasti in uno scatolone credo dal 2013, finché non è arrivata Malpeza e ho deciso di dar loro nuova vita.
Ora uno di loro ha una nuova casa sotto forma di lampada.
Un altro, o almeno una sua parte, la più sexy, con le sue linee bombate anni '60, è qui a far da paralume a questa lampada.
E io continuo a riguardarmela perché queste curve mi stregano e mi affascinano; perché è uscita dalle mie mani e da un'intuizione, un lampo che seguiva a un momento di errore e frustrazione e ha fatto nascere questa meraviglia.
Esagero? No, perché per me lo è davvero.
Malpeza significa "leggero", in esperanto; ed è un invito, una filosofia di vita più che una caratteristica.
Malpeza è legno e ferro, mobili, lampade ma non solo; creazione e attenzione, artigianato, cura.
Soprattutto, Malpeza sono le mie mani.
Ho iniziato questa cosa un paio d'anni fa, sul balcone di casa, provando a trasformare l'infisso di ferro di una vecchia e storica finestra in un tavolino.

