Malpeza Malpeza
  • Home
  • Malpeza
    • Progetti
    • Lampade
    • Complementi d'arredo
  • Sculture
  • Blog
  • Contatti

Domande e girasoli

“Perché? Non so perché.
Perché…? Non so perché.
…sono fatti miei”


Nel 1995 Jägermeister ci regalava questo tormentone interpretato da Raz Degan, e oggi mi torna in mente guardando questa lampada e chiedendomi cosa scrivere al riguardo.

Perché? Perché quella base a cantilever, quell’effetto sospeso? Perché quello stelo panciuto? Perché quella specie di corolla di fiore per paralume?

E la risposta è proprio quella, non so perché. Capita che voglia solo giocare, sperimentare, lasciarmi portare e vedere cosa accade. E questo è quello che accade, senza tante storie da raccontare.

Anche questi sono fatti miei, dopotutto.

Ottanio

Qualcosa di vecchio
Qualcosa di nuovo
Qualcosa di prestato
Qualcosa di blu.
Qualche anno fa mi sono imbattuto per caso in un video musicale, la canzone era "Float" dei Flogging Molly.
Il protagonista è un omino smilzo smilzo, poco più che una di quelle figurette che disegnano i bambini con cinque linee e un cerchio; esce di casa, si mette in cammino e lungo la strada raccoglie tutto quello che trova: spille da balia, chiodi, monete, pezzetti di fil di ferro, molle, stoffa, mezza molletta da bucato, un pezzo di spazzolino da denti, una forchetta, pigne, e man mano si avvolge tutto addosso, come ad aggiungere parti di se; non una corazza, piuttosto un corpo nuovo.
Lascio a chi vorrà vederlo scoprire il finale.
Mi sono subito rivisto nell'omino smilzo; inizialmente, per il motivo più immediato e banale, per la mia effettiva tendenza a raccogliere di tutto e a pensare (no, a sapere!) che tutto può servire.
Poi, rivedendolo e perdendomi come al solito in nuvole di pensieri, ho cominciato a rifletterci.

Leggi tutto …

Déjà-vu

Ho un debole per le curve. Per i cerchi, le rotondità, gli archi, tutto ciò che può avere un raggio. E amo le ripetizioni, le strutture geometriche ricorsive.
Così, quando mi son trovato tra le mani un po' di pastiglie dei freni (perché si sa, son di ferro, mica si possono buttare via), guardando quelle forme a modo loro sinuose è stato naturale pensarle di metterle in fila, per ottenere la "schiena" di una lampada che sa di cartone animato, chinata in avanti come a cercare qualcosa.
Me la immagino a saltellare qua e là, un po' curiosa e un po' spazientita perché chissà dove si sarà cacciato...un po' la storia della mia vita, insomma.
P.S. paralume è un déjà-vu, lo avete già visto su questa pagina. Mi piaceva così tanto il tappo della damigiana dell'olio Carli che me ne sono procurati altri; faranno capolino qua sopra, prossimamente, su altre lampade, in altre versioni. Chissà.

 

Gemelli

C'è stato un periodo, qualche vita fa, in cui mi sono appassionato alla giocoleria, e passavo il mio tempo libero - tutto il mio tempo libero - tra palline e clave, o intestardendomi per imparare ad andare sul monociclo. Non che abbia mai smesso, le clave non mancano mai nello zaino per le vacanze estive, ma nel tempo ho cominciato a costruire cose, e questo ha assorbito gran parte della mia vita.
Cosa c'entra questo con Malpeza? C'entra, ed è la dimostrazione di come le circonvoluzioni della vita portino coincidenze inattese.
Ebbene, ho avuto l'occasione di partecipare ad un bando dal titolo "Chiamata alle arti", in cui si chiedeva ad artisti di varie discipline di presentare un progetto di coaching basato sulla propria; ho sempre pensato che la giocoleria fosse ideale per un percorso di questo genere, e sono stato entusiasta quando Laura mi ha proposto di prendere parte al bando.
Senza dilungarmi troppo sui dettagli, il progetto "pilota" di questo percorso di coaching è stato presso Decastudio, con me in veste di "maestro" di giocoleria e Laura e i suoi colleghi a fare il loro mestiere di coach.
Ma ora premo il tasto FFWD del walkman e arrivo ai giorni nostri. Come Malpeza ho sempre seguito Decastudio (anche se, come sa chi mi conosce, non sono esattamente il cliente ideale per un salone di acconciature), e loro hanno seguito me; così quando ho iniziato a pubblicare le fotografie dei miei cactus, Matteo mi ha chiamato per saperne di più. Un'ora dopo eravamo d'accordo sull'ordinazione, e ora due cactus gemelli hanno trovato casa nei due saloni di corso Vinzaglio e via Cristoforo Colombo!
Quindi - appena si potrà - andate ad ammirare i miei cactus e approfittate per regalarvi un taglio, o andate a regalarvi un fantastico taglio e approfittare per ammirare i miei cactus, o regalatevi un cactus! E un taglio! O un colore. O un cactus colorato. O un color cactus, perché no?

VROOOM

Lampada a forma di razzo spaziale retrò

Era febbraio, il mondo celebrava l'atterraggio del rover Perseverance su Marte, ovunque risuonava la voce di David Bowie perché (con grande fantasia) ogni volta che si parla di spazio tutti pensano a Major Tom. Forse immaginare (e vedere!) mondi così distanti, a una distanza che è difficile anche da concepire, era un modo per dimenticare per un po' le traversie di questo mondo nostro, in un periodo storico che sarebbe un eufemismo definire travagliato.
Per le strane coincidenze che a volte attraversano la nostra vita, proprio in quei giorni ero rimasto affascinato dal modellino di Boeing, di metallo, visto su Instagram; e per un'altra concomitanza fortuita, avevo già da tempo ricavato da uno dei miei amati estintori una forma che poteva trasformarsi in qualcosa di simile.
E così mescolando tutto, insieme alla mia fascinazione per una certa estetica fantascientifica vintage, al me bambino che leggeva i fumetti e al me adulto che non ha dimenticato quel bambino, è nato un razzo spaziale retrò che è una lampada, e che con un VROOOM è pronto a portarci lontano, su Marte o dovunque la fantasia ci voglia guidare.

San Valentino

Non ho mai amato San Valentino; sono una persona patologicamente emotiva e romantica, sempre, ogni giorno dell'anno, e in più sono sempre stato un bastian contrario - ero quello che negli anni '90 non ascoltava i Guns N' Roses perché li ascoltavano tutti.
Quindi, l'idea che mi si dicesse quando e come essere innamorato e romantico, proprio quel giorno lì, con la cena i fiori i cioccolatini di quella marca, perché chissà chi lo aveva stabilito, proprio non mi è mai andato giù.
 
Però capita che si cresca, si cambi, si scopra che anche i Pearl Jam hanno scritto dei pezzoni, che la musica elettronica non è "non musica" solo perché non ha le chitarre, anzi; e che anche San Perug...ehm, San Valentino può essere vissuto con leggerezza, senza ricadere per forza nella triade cena-fiori-cioccolatinidiquellamarca ma come un'occasione in più di celebrare quella cosa lì, qualunque forma e significato si decida di darle. Continuando comunque, se mi va, a fare regali a chi amo (nel senso più ampio del termine), se mi va, il 27 novembre o il 15 giugno.
 
E allora ho voluto festeggiare questo San Valentino con un cactus a forma di cuore , perché sia un #amoresenzaspine.
 
E voi, credete negli amori senza spine? Quale modo migliore di dimostrarlo se non regalare questo cactus? Scrivetemi, prima che decida di tenermelo!
 
P.S. In Finlandia il 14 febbraio è la giornata degli amici. Abbracciateli stretti, di persona o virtualmente, che sono importanti.

Lockdown /3

 

Il tappo della damigiana dell'olio Carli (i miei nonni compravano l'olio Carli, sono affezionato a quel logo e a quei colori, fin da bambino) è chiaramente fatto per essere un paralume.
La base di marmo di quella coppa - di plastica- ottenuta anni fa alla mia prima gara di barba e baffi (premio per il più giovane, ho conservato la targhetta!), ovviamente è...una base. Basta togliere la finitura lucida.
E poi, tempo fa in un vicolo mi sono imbattuto in un'auto bruciata. Non ricordo da quale parte dell'auto provenisse, né ho mai saputo a cosa servisse quella ferraglia annerita e arrugginita a forma di maniglia; ma è perfetta per unire la base al paralume.
Qualcuno lo chiama pensiero divergente, per me è semplicemente guardare le cose.

Soddisfazioni

Amo tutti i miei progetti, ma ce ne sono alcuni a cui lavoro ancora più volentieri perché destinati a persone con un entusiasmo contagioso; persone che mi fanno capire in ogni modo, ad ogni conversazione, ad ogni messaggio, quanto apprezzino il mio lavoro, e quanto abbiamo fiducia nelle mie capacità di progettazione e realizzazione. Se poi mi si propone qualcosa di affascinante, sfidante, che mi costringa a inventare soluzioni e che alla fine sia così bella che vorrei tenermela, allora ho trovato l’oro.
 
Una persona che già aveva acquistato da me una lampada da terra ora ne vagheggiava un’altra da installare nello stesso salone, simile ma diversa, più elaborata: avrebbe dovuto da un lato diffondere luce verso il soffitto e dall’altro illuminare la tastiera e il leggio di un pianoforte, e ovviamente abbinarsi alla sorella che vive nell’altro angolo della sala.
Il progetto era semplice: uno stelo principale con una lampada puntata verso l'alto, e imperniato su questo, a metà altezza, un braccio traversale. Nei primi disegni il braccio trasversale era semplicemente basculante, per poterne regolare l'altezza; ma non era possibile prevedere l'esatta collocazione e orientamento della lampada, a parte il vincolo della luce sul pianoforte, quindi, parlandone, abbiamo deciso per la massima flessibilità: avrebbe anche potuto ruotare rispetto allo stelo principale, per direzionarlo a piacimento.
Di qui tutto in discesa – più o meno: assemblare i due steli, progettare lo snodo che era letteralmente il cardine di tutto, costruirne un primo prototipo per essere certo che funzionasse, replicarlo “in grande” e capire come fissare il tutto, studiare un contrappeso da unire alla “coda” perché la struttura fosse bilanciata; e come sempre, escogitare, trovare sistemi, congegnare, affinare, riprogettare. Perché, come sempre, niente è di fabbrica in questa lampada, dalla base inventata a imitazione di quella esistente, ai faretti di acciaio inox ricavati da una gamba di tavolo.
 
E ora finalmente è nella sua nuova casa, ad ascoltare Beethoven. O Liszt. O Chopin. Brahms? Schubert? Chissà cosa le piacerà di più.
 

Venti - ancora.

Sono stati mesi particolari, per usare un eufemismo. Mesi di inattività e di ripresa. Di tanto riposo prima, e di troppo poco riposo poi. Finalmente ho consegnato due mobili che aspettavano da troppo tempo, e mi prendo di nuovo un po’ di respiro per raccontare storie.
Da tempo guardavo due piattine di ferro recuperate mesi fa, lì appoggiate al muro, sapevo benissimo per cosa le volevo usare perché quasi sempre è il materiale a parlare, a dettare la forma; ma avevo altri progetti in corso, bisogna essere razionali, fare quello che c’è da fare, non perdersi in mille attività senza concluderne una. Disciplina, ci vuole.
Chi prendo in giro? Ovviamente a un certo punto non ce l’ho più fatta.
L’#artattack di un pomeriggio, misurare, valutare, cambiare leggermente il progetto originale, tagliare, saldare, e la struttura esterna è pronta; avrà un ripiano, scegliamo il legno, creiamo i supporti, fissiamo tutto ed è fatto! Non resta che portarlo a casa e divertirmi a fotografarlo con sopra tutto quello che mi viene in mente.
A qualcuno serve un comodino?
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Lockdown /2

Prosegue il mio scandagliare casa alla ricerca di possibili parti di lampade.
Il mantra per comporre una lampada di solito è sempre il medesimo: una base, uno stelo, un paralume.
Una base, uno stelo, un paralume.
Ci sono eccezioni, ovviamente, ho lampade fatte di una sola base con la lampadina a vista, ma in questi tempi mi piace l'idea di mantenere un certo rigore nella forma, dato che i materiali sono i più disparati e meno ortodossi. Un lavoro più concettuale che altro, anche se la funzione non va perduta, sono lampade, non sculture.
Così mi guardo intorno, cassetti, armadi, sgabuzzini, cantina, con il mio mantra in testa.
Una base, uno stelo, un paralume.
Una matassa di fil di ferro che anni fa avevo curvato ad arco e avvolto in un modo che mi sembrava in qualche modo artistico, senza avere la minima idea di come avrei potuto usarla; rinforzata da pezzi di uno di quei cerchietti di ferro che tengono i coprimozzi delle auto, e da altro fil di ferro.
Uno stelo.
Un barattolo di stucco che è rimasto mal chiuso; dentro c'è questa specie di meringa solidificata, così bianca. È leggero e non ha appigli, ma una colata di resina può dare il giusto peso e permettermi di ancorare lo stelo.
Una base.
Parti di lampade che ho qui in una scatola, questo è facile, basta scegliere. Scelgo la semplicità, il bianco, è il giusto complemento. Pare che tutto sia qui per una ragione, in fondo.
Un paralume.
Si parla tanto di libertà in questi di tempi di eremitaggio forzato. Eccola. La mia libertà è negli occhi che non smettono di cercare e vedere negli scarti forme nuove in divenire, è nelle mani che li seguono. La mia libertà può essere in un mantra.
Una base, uno stelo, un paralume.

Lockdown /1

 
Anche Malpeza è in quarantena. Il laboratorio è lontano da casa, e in laboratorio c'è tutto, materiali, attrezzi, progetti iniziati.
Ma le man chiedono di costruire, di assemblare, non importa cosa, non importa come, importa perché. Perché è una necessità.
E allora mi guardo intorno.
Ho una boule per l'acqua calda che tenevo buttata in un angolo da mesi, presa in qualche mercatino perché mi piaceva la forma e quel rilievo a forma di sole; niente flessibile, niente strumenti per tagliare il metallo ma per fortuna è alluminio, con un coltello multiuso e un paio di cesoie da giardinaggio posso trasformarla in un paralume.
Un pezzetto di tubo può fare da stelo, manca una base, una base, dove trovare qualcosa di adatto? Mi sembra di essere in crisi d'astinenza, devo concludere, devo costruire questa lampada. Rovistando nei cassetti ritrovo quei due blocchetti di marmo che erano qui prima di me, probabilmente erano qui prima che io nascessi, chissà che storia hanno.
Ora ne avranno una nuova.

Venti

Avevo pronto un post ruffiano, per salutare il 2019 che per questa mia creatura che è Malpeza è stato in effetti stracolmo di soddisfazioni, e salutare il 2020 che si spera ne dia ancora di più.


Poi il 31 dicembre ero in laboratorio per iniziare a costruire una libreria, il 1 gennaio ero in laboratorio a continuare la libreria, e ho pensato che non c'era modo migliore per concludere un anno e iniziare uno nuovo che essere lì, a tagliare, saldare e smerigliare.


Così il primo post del nuovo decennio (uuuh!) sarà questa lampada, che è la più stupida e buffa che abbia mai creato e sembra uno dei cannoni che usa Wile Coyote per catturare Beep Beep.


Ed è bellissimo così.

Copiare

Dopotutto non si inventa quasi mai nulla. Consciamente o inconsciamente tutto quello che creiamo è frutto di un'imitazione, di un'ispirazione più o meno palese o anche di più ispirazioni frullate insieme, rimescolate, amalgamate, plasmate, insaporite.
Siamo il prodotto dei nostri sensi; siamo una centrifuga che processa e trita ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, annusiamo (ne ho dimenticato uno - perché no? gustiamo!), e quello che ci distingue è la capacita di trasformare tutto questo magma di stimoli in qualcosa di nuovo, diverso, personale; qualcosa che magari ispirerà altri, in un circolo infinito.


A volte però si copia e basta. Copiare è la più pura forma di ammirazione, dicono. E quando ho visto questo omino forgiato a fuoco e martellate da un vero maestro del ferro, ho subito pensato che dovevo averlo; e averlo per me significa farlo.
Non ho una forgia e non ho mai forgiato il ferro, ma, come diceva qualcuno, quello che non so lo so saldare (sì, non era esattamente così, ma non importa). E così da qualche pezzo di scarto è nata la mia interpretazione dell'omino pensoso, che non è più pensoso ma pieno di meraviglia, stupore e curiosità. Per non dimenticarsi mai di guardarsi intorno. Per non dimenticarsi mai di guardare le stelle.

Dicembre

Per molti il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù, per altri è Yule, per altri ancora solo un giorno come tanti altri; c'è chi lo vive con spiritualità, chi lo considera solo un periodo di luci e regali più o meno dovuti, chi lavora nel commercio e aspetta che passi per potersi riposare.

Per me è ricordo di neve e slitte e calzamaglie e di agnolotti fatti in casa di quando ero bambino; e ora la neve non cade più e non ci sono agnolotti e calzamaglie ma la mia casa è addobbata tutto l'anno perché adesso invento luci e le spargo per le stanze e sembra sempre che sia un po' festa, una festa intima e calda.

Insomma, questo preambolo era per dire che ho queste lampade disponibili; e se volete fare un regalo a qualcuno che amate, o se volete farvi un regalo, che sia per Natale o solo per celebrare il fatto di essere al mondo, ecco, questa potrebbe essere una buona idea.

Scrivetemi!

Subbuteo

A volte ho le visioni. No, non come i pastorelli di Fatima, nessuna entità mistica.
Ma mi estraneo dal mondo, inclino la testa come JD in Scrubs, e vedo distintamente qualcosa che devo realizzare, che sia una lampada, un mobile, un cavatappi...no, non ho mai creato cavatappi, ma ci potrei pensare.
Comunque, questo è uno di quei casi.
Avevo questa forma a UFO, questa specie di disco volante troppo grande per farci la solita lampada da tavolo, e da tempo avevo l'intenzione di crearne una da terra, qualcosa che potesse davvero arredare una stanza. E guardando quel guscio ancora vuoto, non ho neanche dovuto pensarci, l'ho visualizzata esattamente come poi sarebbe stata: la forma di una pianta, con tre steli di lunghezze diverse e le lampadine che sbocciavano alle estremità.
E guardandola bene, toccandola, accarezzandola (è importante toccare, lo ripeto sempre) la forma stessa mi ha suggerito quel particolare in più, quella caratteristica che la rende ancora più unica e perfetta: perchè avrebbe dovuto essere stabile? Bastava appesantire la base e avrei avuto una lampada ondeggiante, sempre in piedi come gli omini del Subbuteo.
Detto fatto.
..più o meno in verità. Bisogna ancorare gli steli alla base, fissare i portalampada agli steli, capire come far passare il cavo quando sarà tutto chiuso e saldato, collegare i cavi e incastrare tutti i collegamenti in quello spazietto, perché sono tanto poetiche le visioni, ma s'han da fare i conti con la realizzazione e con la funzionalità.
E alla fine eccola, fotografata pochi minuti prima di caricarla in auto per portarla nella sua nuova casa. Ché fa sempre un po' male vederle andar via, ma per questo sono fatte, no?

Cadillac

Si parla spesso di "uscire dalla propria comfort zone", di abbandonare ogni tanto abitudini radicate e sperimentare, e nonostante io non ami le frasi fatte ne' gli anglicismi, in questo caso devo trovarmi d'accordo.

A me piace il ferro, mi piace il suo aspetto, il suo colore, che sia grezzo o con quel caratteristico "nero" dato dagli ossidi di laminazione. Amo la sensazione del metallo nudo tra le mani, e se non fosse per evitare la ruggine lascerei tutto così com'è, non trattato.
E se proprio devo scegliere un colore, quel colore sarà il rosso. Rosso scuro, screziato di nero. È istintivo per me, quando ho deciso che avrei fatto un tatuaggio non ho avuto dubbi sul fatto che sarebbe stato rosso.

Però. Però questa forma su cui lavoro da mesi aveva il profumo degli anni '50 e di quelle auto piene di di curve e dai colori pastello, e avevo in mente un'immagine in particolare; anzi più che un'immagine un archetipo, ma quello doveva essere.
E così è stato: bianco e azzurro. Così tenue, così diverso dal solito, così perfetto.

Guardare in alto.

Look up and what do you see?
All of you and all of me
Fluorescent and starry,
some of them, they surprise

https://www.youtube.com/watch?v=5cnIQHJ169s

È importante guardare in alto. Non puntare in alto, necessariamente. Stare con il naso all'insù, ricordarci che c'è un cielo sopra le nostre teste.
Alzare lo sguardo e sentire la mente liberarsi, aprirsi, respirare.

Citazioni.

There is a vitality, a life force, an energy, a quickening that is translated through you into action, and because there is only one of you in all of time, this expression is unique. And if you block it, it will never exist through any other medium and it will be lost. The world will not have it. It is not your business to determine how good it is nor how valuable nor how it compares with other expressions. It is your business to keep it yours clearly and directly, to keep the channel open. You do not even have to believe in yourself or your work. You have to keep yourself open and aware to the urges that motivate you. Keep the channel open. ... No artist is pleased. [There is] no satisfaction whatever at any time. There is only a queer divine dissatisfaction, a blessed unrest that keeps us marching and makes us more alive than the others.

Martha Graham

C'è una vitalità, una forza vitale, un aumento del passo che attraverso di voi si traduce in azione, e dal momento che esiste un solo esemplare di voi stessi intutto il corso del tempo, questa espressione è unica. Se la bloccate, non esisterà più attraverso nessun altro mezzo e andrà perduta. Il mondo non potrà più averla. Non spetta a voi determinare quanto buona essa sia o quanto valore possa avere o come si confronta con altre espressioni. È vostro compito mantenerla vostra, chiaramente e direttamente, per tenere aperto quel canale. Non dovete nemmeno credere in voi stessi o nel vostro lavoro. Dovete mantenervi aperti e consapevoli degli stimoli che vi motivano. Tenete aperto il canale. ... Nessun artista è soddisfatto. [Non c'è] soddisfazione, in qualsiasi momento. C'è solo una strana insoddisfazione divina, un'irrequietezza benedetta che ci fa andare avanti e ci rende più vivi degli altri.

Martha Graham

Art Nouveau

Così stavo cazzeg...stavo consultando la Rete per cercare ispirazione, e ho trovato la foto di una specie di bozzolo, creato con segmenti di ferro; sarebbe poi diventato il guscio di una ferrosa lumaca, ma l'ho scoperto poi.
Mi ha affascinato quella forma, affascinato e perseguitato per qualche giorno finché ho dovuto cedere e riprodurla; a modo mio ovviamente, perché copiare è spesso la base della creazione, ma bisogna copiare in modo, appunto, creativo.
Quando ho avuto tra le mani il mio bozzolo mi son detto: "E ora?" - non avevo la minima idea di dove o come montarlo, è pesante e strano.
Così per non sbagliare ne ho fatto un altro, più grande (logico, no?), ed è quello che ho pubblicato due settimane fa.
E mentre cercavo di capire come arrangiare una base per quell'altro è venuta fuori questa struttura un po' liberty che mi ipnotizzava, e così, ancora una volta quasi per caso, ha preso vita questo bozzolo Art Nouveau.

Serie

Non lavoro mai in serie.

È un punto d'onore per me che ogni lampada che esce dalle mie mani sia frutto di una ricerca, un'ispirazione, un errore. Ognuna rappresenta un'idea, un momento della mia vita, gli stimoli esterni che avevo in quel periodo, o quello che trovavo nel bidone degli scarti - quello famoso. Mi piace poter dire a chi sceglie di avere una mia lampada in casa che nessuno ne avrà mai una uguale.
Però con il tempo ho imparato ad essere meno rigido, ho pensato che in fondo non c'è nulla di male nel ripetere, magari con qualche variazione, forme a cui sono affezionato; riproporre i modelli che non hanno quel carattere di non riproducibilità e che proprio per questa natura si prestano a diventare una piccola serie.


Così ho preso uno dei miei amati estintori, ma questa volta l'ho tagliato storto, e assemblato e saldato ancora più storto; e mentre pensavo al colore da dargli e lo lucidavo per prepararlo mi ha detto che stava bene così, luccicante ma non troppo, splendente ma imperfetto. E così rimarrà.

Novità

Quest'ultimo spiraglio di estate è particolarmente prolifico.
Ci sono forme a cui sono affezionato che si consolidano, si evolvono, prendono strade nuove e danno vita alla mia prima piccola serie - ma ne parlerò prossimamente - e nuove ispirazioni, come al solito nate per caso, guardandomi attorno, che pian piano si definiscono, si alzano esitanti sulle loro gambe e vanno, incerte, storte, imperfette; ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutte si costruiranno da sole, come le canzoni, diceva qualcuno.
Lei per esempio è già cambiata da quando ho scattato queste foto, e chissà quale vestito sceglierà di indossare, alla fine. Io sono curioso.

Ondeggiare.

Va così di moda il minimalismo, perché non darne una mia interpretazione sotto forma di lampada?
La verità è che mi stavo scervellando sulla forma e sul materiale per la base di un'altra lampada, e mentre rovistavo tra ferraglie varie, ritagli minuscoli, sezioni di tubi di biciclette, un freno a mano, parti di estintori, motorini di ventilatori, mi è capitato tra le mani questa sagoma di lamiera sottile che chiedeva di essere usata. Potevo forse resistere al richiamo?
Così con l'aiuto del solito legno di traversina ferroviaria e di un vecchio faretto (la genesi è stata un po' più complicata di così, ma è bello far credere che nasca tutto come per incanto) è nata lei, semplice e leggera. Con l'anellino che non ha una funzione ma è lì perchè, perché sì.
Meno minimalista, più vezzosa.

Casa

Questa è stata una delle creazioni più immediate che siano mai uscite dal mio laboratorio, eppure da sola può arredare una stanza.
E illumina, letteralmente, tutte le mie cene.

Star Wars

Io non so a cosa servissero in origine quei braccini snodati.
So che dovevano essere miei, e diventare le zampette di questa lampada che mi ricorda un film di fantascienza.

#starwars #georgelucashireme

Scarti

Scarti, scarti, scarti.
Raramente parto da un progetto, quanto si tratta di lampade. Di solito le possibilità sono due: o nel mezzo di una qualsivoglia di attività mi sorprendo a pensare "Potrei costruire una lampada così!", e cerco allora di ricreare quello che ho visto nella mia testa, oppure mi guardo intorno, sistemo due pezzi di tondino insieme, accosto un ritaglio di lamiera, provo a unire quel paralume trovato nel cassone degli sconti al Brico, e pian piano vedo nascere quello che potrebbe essere, finché non trovo una forma che mi soddisfa.

In questo caso, la contemplazione del bidone degli scarti ha dato i suoi frutti.

 

Rifiuti

Non è sempre tutto semplice e divertente.
Capitano giornate in cui gli eventi ti fanno rivalutare scelte e strategie, ti colpiscono e ti lasciano a terra, deluso e disilluso.
Che fare, allora? Rimanere pensoso e afflitto a contemplare il bidone degli scarti (sì, è una bombola del gas tagliata) o inveire contro il mondo come i "quattro pensionati mezzo avvelenati" di De Andrè?

Forse è meglio rimboccarsi le maniche, schiarirsi le idee e continuare a fare quello che so fare: costruire cose.

E come diceva il povero babbo di Igor...
https://www.youtube.com/watch?v=Ss-F7WxBFqg

Quindici uomini...

In ritardo di un giorno, ma tant'è.

Mi hanno sempre affascinato le celebrazioni del giorno dei morti in messico, il dia de los muertos; un tripudio di scheletri festosi e colorati, per celebrare chi se n'è andato, più che piangerlo; che poi si piange comunque, ma almeno ci si prova.

E allora per festeggiare una giornata che avrei voluto fosse diversa il modo migliore che conosco è prendere in mano saldatrice, flessibile e trapano e chiudermi in laboratorio; e così salta fuori una lampada che sembra uscita da un film sui pirati, che vedrei bene accanto a una bottiglia di rum e mi fa venir voglia di indossare un cappello a tricorno e salpare.

E auguri.

Cucchiai

Da dove arriva l'ispirazione? Copiando, ovviamente.
Sono un fan di Abby the Spoon Lady, e consiglio a chiunque di ascoltare i ritmi che può creare usando solo due cucchiai.
Qui, per esempio:
https://www.youtube.com/watch?v=_nLmM9kcBKs

Visto che nella vita devo provare tutto, cerco di capire come si suonano i cucchiai, e seguo i video in cui Abby, appunto, insegna.
Capito su questo:
https://www.youtube.com/watch?v=9SsdL7YU3uw&t=60s
e per tutta la durata del video non riesco a distogliere lo sguardo dal cucchiaio a forma di teschio.
Click. Devo creare qualcosa del genere. Devo.
E per coincidenza ho già degli scarti di lamiera che ho saldato insieme e curvato per poi usarli in qualche modo.
Direi che ho trovato il modo.

Venerdì

È venerdì pomeriggio, c'è una specie di sole che scalda tutto. Torno a casa, ho cinquanta chili di ferro appena comprato nel bagagliaio e un progetto nuovo che mi gira in testa.
Guido piano, mi rilasso.
Vedo la prossima idea prendere forma davanti ai miei occhi, chiara, definita; presto potrò toccarla.

E penso che sì, è tutto qui.

Momenti

Ogni volta che per la prima volta accendo una lampada nuova, schiaccio quell'interruttore e ho la stessa sensazione di magia.
Ma non è magia, è uscita dalle mie mani.
O forse erano solo parti che aspettavano di essere messe insieme, di trovare il loro nuovo posto.

Marconi

La chiamerò Marconi.

Io non volevo comprare quel piccolo ventilatore, nel negozietto dell'usato.
Non mi serviva, non avevo un progetto a breve termine in cui avrei potuto usarlo, e io non sono un accumulatore, no, mica. Tengo solo quello che mi serve. Quindi l'ho lasciato dov'era.
Però l'ho messo in fondo allo scaffale, un po' nascosto in modo che altri non lo vedessero. Perché non si sa mai.
E sono tornato una settimana dopo e c'era ancora, e poco più in là quell'interruttore così ciccione, con i due pulsanti che davano così soddisfazione a schiacciarli.
Take my money.

L'interruttore da solo fa già la lampada, basta fissarlo su una base di legno e io ho quella traversina di cui ho già tagliato un pezzo, sì, proprio la traversina delle rotaie; basta sagomarla un po', qualche grado di inclinazione, ecco, il portalampadina potrà andare qua dietro, perfetto, ma manca ancora qualcosa.
Quale può essere l'ultimo tocco? Quale? Cos...ed è davanti ai miei occhi: il ventilatore, ovvio. Il ventilatore con la sua bellissima griglia.

Avevo detto dall'inizio io, che mi sarebbe servito.

Trasformismi

Anni fa ho comprato tre vecchi ferri da stiro, solo perché mi piaceva la loro forma.
Hanno attraversato un trasloco, sono rimasti in uno scatolone credo dal 2013, finché non è arrivata Malpeza e ho deciso di dar loro nuova vita.
Ora uno di loro ha una nuova casa sotto forma di lampada.
Un altro, o almeno una sua parte, la più sexy, con le sue linee bombate anni '60, è qui a far da paralume a questa lampada.
E io continuo a riguardarmela perché queste curve mi stregano e mi affascinano; perché è uscita dalle mie mani e da un'intuizione, un lampo che seguiva a un momento di errore e frustrazione e ha fatto nascere questa meraviglia.
Esagero? No, perché per me lo è davvero.

Malpeza

Malpeza significa "leggero", in esperanto; ed è un invito, una filosofia di vita più che una caratteristica.

Malpeza è legno e ferro, mobili, lampade ma non solo; creazione e attenzione, artigianato, cura.
Soprattutto, Malpeza sono le mie mani.

Ho iniziato questa cosa un paio d'anni fa, sul balcone di casa, provando a trasformare l'infisso di ferro di una vecchia e storica finestra in un tavolino.

Un paio d'ore di lezione di saldatura da Matteo, che non finirò mai di ringraziare, 15 metri quadri di caos, attrezzatura, legno recuperato, ferro trovato qua e là, e sono partito, quasi per gioco, per la voglia di costruire, di sfogare qualcosa che in fondo ho sempre avuto.
Nel frattempo ci sono stati altri tavolini, lampade, incidenti, bruciature e cicatrici, frustrazione a volte, ma in fondo la sensazione che, acciderbolina, questo è quello che sono nato per fare. Perché vedere qualcosa uscito dalle mie mani, che non esisteva e non sarebbe potuto esistere altrimenti in nessuna parte del mondo, e non è uguale a nient'altro ed è nato da materiali in cui solo io vedevo quello che ne sarebbe potuto scaturire, non è paragonabile a nient'altro.
È la realizzazione, la potenza della creazione e della testardaggine, del girare intorno ai problemi e trovarvi soluzioni fantasiose. Rimanere con lo sguardo perso nel vuoto a immaginare qualcosa, come i cani quando annusano l’aria, e poi averlo tra le mani, magari non esattamente come l’avevo visto nella mia testa, molte volte completamente diverso ma in qualche modo migliore perché in quel modo voleva essere, perché quella è la sua forma.
Poi arriva una persona che stimi, una di quelle persone la cui opinione vale oro, ti vede trafficare con lamiera e saldatrice e ti dice quella frase, “Tu dovevi cominciare prima.”.
Sì, dovevo cominciare prima. Ma ho tutte le intenzioni di recuperare.

 

Seguimi qui!